Ovvero «tanto hype per nulla (tipico)».
Il fattaccio in questione ha la faccia e il suono di İ’ll Be Your Mirror: A Tribute to The Velvet Underground & Nico, disco superannunciato, superstrombazzato e finalmente pubblicato il 24 settembre dalla Verve. L’hype è sempre un buon segnale di «merda all’orizzonte», ma nella fattispecie le buone premesse c’erano per davvero. C’era il disco da omaggiare, innanzitutto, che è una delle opere più incredibili e influenti della storia della musica, per la quale non bastano mai le parole (e gli omaggi); e c’era un bel gruppetto di stelle dell’indie rock passato presente e possibilmente futuro che s’era mobilitato per l’occasione. Si partiva bene. Si sarebbe potuto portare a casa un buon risultato. E invece no, ne è uscita fuori una collezione di cover terribile, noiosa e soprattutto odiosa come poche altre.
A voler essere buoni e gentili, possiamo saltar giù e riportare a bordo Sharon Van Etten (Femme Fatale), Andrew Bird & Lucius (Venus in Furs), Kurt Vile (Run Run Run) e King Princess (There She Goes Again); ma a dire il vero neppure loro riescono a metterci quel diavolo di «non so che», quel maledetto tocco di classe che ti fa sobbalzare sulla sedia, sul sedile, sul divano, sulla tazza del cesso, su quello che volete voi. No, niente sobbalzi: non pervenuti.
Poi ci sono le prove che fanno veramente incazzare. St. Vincent & Thomas Bartlett che «azzerano» All Tomorrow’s Parties: cosa diavolo è quella roba? Dai su, non scherziamo. Michael Stipe che fa le carezze a Sunday Morning; crrristo Michael, tutto qua? Thurston Moore e Bobby Gillespie (le aspettative erano alte, ne converrete) che fanno il compitino su Heroin, quando il compitino su Heroin è evidentemente illegale. E infine Iggy accompagnato da Matt Sweeney che sfigura European Son recitando – male – la parte dell’Iguana. Iggy, per favore: basta! Abbi pietà di noi.
Nel mezzo, il piattume.
Chi abbia voglia di gustarsi delle belle cover dei Velvet Underground farà bene a rivolgersi altrove. In direzione Fifteen Minutes: A Tribute to The Velvet Underground, ad esempio, uscito nel lontanissimo 1994; un disco che contiene vere e proprie perle come Here She Comes Now (Nirvana), All Tomorrow’s Parties (Buffalo Tom), What Goes On (Screaming Trees) e European Son (Ride), accompagnate da una serie di tentativi a volte didascalici altre volte un po’ sopra le righe, ma che non dispiacciono affatto.
Oppure verso questa versione di Venus in Furs, opera della sola Paz Lenchantin (A Perfect Circle, Zwan, The Entrance Band, Pixies: you know her), che è semplicemente la cosa più bella che abbia sentito fare a una canzone dei Velvet.
Arrivo un po’ lungo con questo commento che, per di più, porta il focus decisamente da un’altra parte: il primo pensiero che mi è venuto leggendo questa tua recensione è la distanza tra gli anni Novanta e l’oggi in termini di produzione culturale. Sarà che sto rileggendo certe pagine di Mark Fisher, sarà che la questione della poca incisività della produzione culturale del presente continua a riproporsi in vari ambiti, sarà questa hauntologica presenza del passato che ci infesta qua e là… ma può essere che questo pessimo risultato nel riproporre pezzi fondamentali della storia della musica (pessimo risultato che risalta ancora in di più se messo in relazione, come hai fatto tu, con un progetto simile uscito nel 1994) sia anche legato proprio alle questioni che solleva Fisher (e non solo) sull’incapacità/impossibilità di produrre cultura di qualità/critica/illuminante nel nostro presente?
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Ti ringrazio per aver portato il discorso altrove, per averlo allargato alla produzione culturale più in generale: solo così si evita di confinare la produzione musicale al mero intrattenimento, al consumo per il consumo. Io però non credo che la produzione culturale attuale manchi di incisività rispetto a quella degli anni Novanta. Il passato è infestante, è vero, ma non è da oggi che fa sentire la sua «museale» influenza. Il rock in particolare ne soffre da decenni. Quello che è cambiato sono le modalità di fruizione della musica e la crescente difficoltà, da parte dell’industria musicale, di vendere prodotti («supporti») a un target giovane: i risultati di questo processo sono stati la caduta a picco dei profitti, il fallimento di alcune case discografiche e la spinta alla concentrazione del mercato; infine, la decisione di concentrare gli sforzi nel raggiungimento del target più sicuro e redditizio, quello più adulto e anziano che ancora acquista musica (e in particolare supporti) e che, tendenzialmente, rivolge la sua attenzione al passato più che al presente. È così che il passato è diventato infestante: è il risultato di un processo economico più che (o prima che) una decisione artistica.
Le produzioni attuali secondo me sono in grado di rivaleggiare con quelle degli anni Novanta, il problema è che abbiamo un’industria musicale che sopravvive grazie alla riedizione continua del passato e, cosa non meno importante, un pubblico disgregato e atomizzato che non riesce né a fare massa né a decretare «collettivamente» un’opera come capolavoro, a sollevarne dunque la dignità artistica e a renderla in qualche modo «epocale». Ma di opere buone, buonissime, eccellenti, ne escono in continuazione (così come escono dischi da cestinare ovviamente, e il disco che ho smerdato qui sopra ne è la prova).
Perdona la lungaggine, ma il discorso era complesso e non è facile riassumerlo bene in poche battute (e non sono neanche sicuro di esserci riuscito).
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L’aspetto economico e quello della fruizione (atomizzazione del pubblico, ma anche frammentazione dell’ascolto, con il ruolo dei vari servizi di streaming che è esploso negli ultimi anni…) sono in effetti due elementi chiave a cui non avevo prestato molta attenzione. Riguardo alle opere buonissime ed eccellenti che escono oggi (e qui la mia ignoranza deriva forse da una mancanza di ascolto e attenzione: vent’anni fa quando ero in radio ascoltavo una trentina di dischi a settimana, ora difficilmente lo stesso numero lo ascolto in un anno…): mi interesserebbe capire non solo gli elementi di novità ma anche le provenienze. Ho un po’ il forse-pregiudizio di un occidente che non è più in grado di elaborare discorsi culturali (musicali, filosofici, artistici… ) sul presente, che possano essere incisivi, che possano portare uno sguardo nuovo, un linguaggio nuovo adatto al tempo che viviamo, complice anche la velocità con cui il capitalismo metabolizza, incorpora e mette a mercato qualsiasi elemento di novità/rottura…
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Perdona il ritardo con cui rispondo. Periodo di fuoco ti dicevo, ma non solo. Devo ammettere, infatti, di avere qualche difficoltà a sintetizzare una risposta a questo tuo ultimo messaggio. Ci provo, pur sapendo che inciamperò e che finirò per scrivere un gran pippone.
A me pare che gli «elementi di novità» siano spesso sopravvalutati nella critica alle forme della musica «popolare» (la definisco così per contrapporla a quella classica e all’avanguardia): l’evoluzione della musica pop non è mai avvenuta per strappi laceranti o rivoluzioni, ma sempre per piccoli passi, copie e variazioni sul tema. Non fu rivoluzione musicale il grunge, che fu invece il prodotto di ciò che l’indie rock americano aveva sedimentato a partire dall’inizio degli anni Ottanta, né lo fu il punk, che anzi fu «reazione» a un’evoluzione del rock percepita come sbagliata, noiosa, lontana dallo spirito originario del rock’n’roll (il «progressive»). E nonostante ciò, entrambe le scene hanno partorito band immense e grandiosi capolavori, musica immortale e terribilmente influente. Quello che voglio dire è che secondo me dovremmo rilassare questa ricerca spasmodica della novità e dell’originalità e concentrarci sulla potenza e la personalità degli artisti, e su quello che hanno da dire del (e al) nostro presente.
Gli Idles per esempio, troppo spesso etichettati come «revival post-punk»: non sono gli Interpol, non propongono una ripetizione pedissequa di quel genere, ma lo galvanizzano e lo portano nel mosh pit inserendovi elementi Oi! e noise. E azzardando un po’, potrei dire che sono parte e avanguardia di un movimento sotterraneo del noise rock che ha deciso di affrontare a viso aperto e mani nude la figura e mito ruuuuock dell’uomo duro e forte (questa cosa doveva essere il tema di un articolo che volevo scrivere un po’ di tempo fa. Mi ero segnato interviste, comunicati stampa, testi di canzoni, avevo preso appunti e poi… ho perso tutto, è morto l’hard disk su cui avevo salvato il file e ciao ciao…). I Low hanno dato una scrollata allo slowcore, rimasto fermo all’inizio del secolo, spezzettandolo e ricomponendolo a suon di glitch. Gli Armed stanno iniettando dosi di miele e brillantini nelle braccia tatuate dell’hardcore, con grandi risultati. In ambito jazz – genere dato per morto da più di trent’anni – si stanno producendo le cose migliori di questi anni (penso a tutto quello che fa Shabaka Hutchings, agli Irreversible Entanglements e in generale agli artisti che ruotano intorno all’etichetta International Anthem). Black Country, New Road e Black Midi ci stanno ricordando che il post-rock e il post-hardcore hanno ancora tanto da dire. Il metal estremo sta godendo da anni dei contributi vitali di Thou e The Body. Chelsea Wolfe, Emma Ruth Rundle e Marissa Nadler hanno prodotto in questi ultimi anni alcune delle cose migliori che si siano mai sentite in ambito cantautorale dark e gotico, al confine col metal (confine che scavalcano volentieri). I King Gizzard & the Lizard Wizard hanno ridefinito i contorni del rock e pop psichedelico a forza di esperimenti microtonali ed eclettismo compositivo.
Da ultimo, ti segnalo una novità che non è solo musicale e che non viene dall’Occidente. Quest’anno i Senyawa, una band di Yogyakarta che mescola musica popolare indonesiana e drone/doom metal, ha fatto un esperimento interessante di distribuzione decentrata che vive in interstizi ancora non toccati e contagiati dalla logica del capitale: hanno registrato il loro nuovo disco, Alkisah, e poi hanno venduto i nastri grezzi a 47 piccole etichette sparse per tutto il mondo lasciando loro la libertà di mixarlo, remixarlo, disegnare la copertina e pubblicarlo nella forma che più gli fosse andata a genio: https://senyawaofficial.bandcamp.com/album/alkisah
Insomma, a me pare ci sia movimento; sicuro dimentico qualcosa, ma intanto il pippone l’ho scritto e quindi è meglio che io metta un punto.
(trenta dischi a settimana sono tantissimi, io non credo di aver mai superato i dieci)
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Grazie mille per questa lunga risposta. Alcuni dei nomi che citi li conosco e li ascolto, altre cose di sicuro le vado a cercare. Quello che scrivi mi permette di mettere a fuoco meglio anche le mie domande: hai ragione sugli elementi di novità, in effetti. Non è che io cerchi la novità assoluta, il mai sentito prima (anche se, per dire, i Senyawa, per me lo sono stati), forse nella mia ricerca c’è qualcosa che resta indefinito e ha a che fare con il saper raccontare il tempo presente senza essere ombelicali né banali e ovviamente il discorso è allargato al di fuori della musica (e forse non sono nemmeno sicuro di cosa cerco, eh). Sto leggendo in questi giorni “The hours have lost their clock. The politics of nostalgia” di Grafton Tanner (Repeater, 2021) e mi fa riflettere sul passato che viene continuamente riproposto dalla “nostalgia industry” come forma di cultura/enterntainment decisamente conservatrice, che fa leva proprio sul nostro essere a disagio nell’oggi con tutti i suoi problemi (politici, sociali, climatici, pandemici…) per cullarci con un passato rassicuramente (che ovviamente non è mai davvero esistito) e sopire così il nostro “discomfort” con la realtà, impedendo, di fatto, re-azioni più rabbiose e politiche. Forse è questo il nocciolo della mia ricerca: forme di cultura che affondino le mani nelle difficoltà di questo presente, che problematizzino, che siano genuinamente “fastidiose”. E forse, in questo senso, le cover dei Velvet Underground mi hanno colpito proprio come esempio di riproposizione del passato senza problematizzazione, il che ha toccato subito le questioni di cui scrivo qui. Comunque sì, c’è movimento, probabilmente devo sintonizzarmi meglio per captare certe cose. Grazie!
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Interessante questa cosa della «nostalgia industry». Il discorso mi torna, cercherò di approfondire.
Secondo me esistono ancora forme di cultura che potrebbero essere genuinamente fastidiose ma, a causa di una serie di dinamiche – la frammentazione della fruizione culturale e l’atomizzazione del pubblico, il rivolgersi della produzione culturale verso nicchie di consumatori abbienti e colti -, hanno un po’ perso la loro capacità di incidere, stupire, infastidire a livello di massa. Poi c’è quello che scrivevi tu nel tuo primo commento, e cioè un’aumentata capacità del Capitale di assorbire forme di arte e cultura che pure gli sarebbero ostili. Sono tutte ipotesi ovviamente, andrebbero studiate e verificate, ma non credo di essermi allontanato troppo dal vero. Grazie a te per questa lunga discussione, interessante e stimolante.
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