Che Cate Le Bon abbia grandamente contribuito a tirar fuori quello che è il miglior album dei Wilco dai tempi di Sky Blue Sky è già un luogo comune a poco più di due mesi dall’uscita di Cousin, ma comunque devo confermare che è tutto vero, che la cosa è palpabile. Io comunque ci sono andato in fissa co ‘sto disco; così tanto, ed è così chiaro il tocco della produttrice, che poi ho deciso coscientemente di andare a innamorarmi dell’ultimo album di Le Bon, Pompeii, uscito l’anno scorso e che per ragioni incomprensibili avevo snobbato. Ma il punto è che non mi emozionavo così tanto con un disco dei Wilco dai tempi di, boh, A Ghost Is Born direi, e quindi dovevo scriverlo da qualche parte, perché i Wilco sono una band alla quale ho sempre attribuito un significato, uno status superiore o qualcosa del genere.
Cousin è uno dei dischi che più ho ascoltato quest’anno e finirà sicuramente nel listone. Sono però ormai alcuni giorni che corro dietro ai retroscena, al come è nato il disco, a come hanno deciso di coinvolgere Le Bon (se non erro, ma correggetemi pure se dico una cazzata, è la seconda volta che i Wilco lavorano con un produttore diverso da loro stessi, la prima volta è stata con Jim O’Rourke e la collaborazione ha partorito Yankee Hotel Foxtrot e A Ghost Is Born, ovvero i due migliori album dei Wilco prima di questo – io una domanda me la farei); insomma, sono giorni che leggo della genesi del disco e cazzi e mazzi e volevo condividere due cose che ho avuto piacere a leggere o ascoltare, insieme al mio pezzo preferito dell’album, ovvero Pittsburgh. Mi accorgo perfettamente che questo è un post da social network, ma veniva lunghino e come sapete odio i thread più lunghi di un tot – un tot che non so quantificare, diciamo semplicemente che li odio – e quindi ho deciso di riversare il tootto qui. E cioè:
L’intervista di Bill De Ville di «The Current» a Nels Cline:
L’intervista di Michael Bonner di «Uncut» a Cate Le Bon:
La recensione dy Ryan Dillon su «Glide Magazine»:
La recensione di Janne Oinonen su «Loud and Quiet»:
Pittsburgh (ora ditemi che non è un capolavoro se ne avete il coraggio):
@acqueagitate.home.blog Pompeii e Reward di Cate Le Bon sono due tra i dischi che ho ascoltato di più in assoluto negli ultimi cinque anni. Purtroppo però la nuova uscita dei Wilco non mi ha coinvolto e lo stesso devo dire di Flying Wig by Devendra Banhart (l'altro album prodotto da Le Bon quest'anno)
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Su Banhart non posso pronunciarmi, a me lui non è piaciuto mai e il disco non l’ho ascoltato. Le Bon ha anche coprodotto l’ultimo di Kurt Vile; non mi ha fatto impazzire quel disco, ma credo sia colpa di Kurt Vile, obiettivamente non ci sono delle gran canzoni in quell’album (è un po’ che i dischi di Kurt Vile mi lasciano freddo, devo essere sincero). Con i Wilco credo che abbia fatto un gran lavoro; partiva da una buona base, ma il lavoro di produzione è stellare e credo che sia riuscita a tirar fuori il meglio da quell’album.
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